- Marta Stella
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Conversazione con Margaret Atwoow – Review, Il Foglio
Il tempo si muove attraverso di me
Forse sono una creatura liminale, partecipe di due nature, custode di soglie, metaformica pressoché a piacimento; una sorta di Baba Jaga ora benevola ora ostile, che abita in una capanna di un bosco posata su due zampe di gallina, si sposta in volo su un mortaio con un pestello per timone canticchiando un motivo allegro e a un tempo minaccioso». Rileggo queste parole alla quindicesima pagina de Le nostre vite. Una specie di autobiografia, il memoir di Margaret Atwood appena arrivato in Italia per Ponte alle Grazie e uscito in contemporanea mondiale. Una lunga confessione, un bilancio di vita verso il quale Atwood è sempre stata reticente, fino a quando l’idea non ha acquisito una «sinistra luminescenza». Accanto al nuovo volume sulla mia scrivania ci sono due libri con sunti, la raccolta di poesie You are happy che Atwood pubblicò nel 1974 per la Toronto Oxford University Press e Vera spazzatura, raccolta di racconti arrivata in Italia grazie alla casa editrice La Tartaruga nell’ormai lontano 1997.
Prima di accendere la telecamera che mi collegherà con il Canada riguardo su You Tube una scena della serie Il racconto del l’ancella che non mi ha mai abbandonato in questi ultimi anni. Nelle settimane precedenti le immagini degli scontri di Minneapolis hanno inchiodato il mondo di fronte alla violenza programmata e sopita, ora manifesta. Prima l’uccisione della poetessa Renee Nicole Good, poi l’esecuzione dell’infermiere Alex Pretti. Ancora prima, nelle riprese amatoriali confinate nei sotterranei della controinformazione americana, le urla strazianti di decine di madri hanno squarciato il silenzio di quartieri de serti mentre bande di agenti dell’Ice già strappavano dalle loro braccia bambini in lacrime.
Il racconto dell’ancella, dicevamo. Nella terza puntata della prima stagione uscita nel 2019, June Osborne si fa largo tra la folla insieme a Moira Strand, attorno a loro grandi cartelli branditi al cielo invocano l’attacco ai diritti umani. Uno striscione re cita “Human rights = Women’s rights”. L’atmosfera è elettrica, partono le prime cari che: poi, all’improvviso, gli agenti iniziano a sparare. Sotto le urla dei manifestanti Debbie Harry dei Blondie canta Heart of glass accompagnata dal Concerto per violino di Philip Glass nel remix di Crabtree. Ripenso a Minneapolis, ma non c’è più tempo. Non c’è già più tempo.
Poi la luce della camera collegata dal Canada si accende, accanto alla mia immagine riflessa nel computer appare un nome e un viso: Margaret Atwood è qui.
«Guarda, stamattina Toronto si è svegliata coperta dalla neve. E altra ne arriverà». Margaret Atwood si alza, sposta la telecamera verso l’esterno, scosta la tenda svelando il suo cortile rivestito di bianco. Poi torna a sedersi: mi parla dal suo studio, «il luogo dove scrivo». Siamo nella sua tana, come ha chiamato il suo Substack: In the Writing Burrow, dove ha creato un rapporto nuovo con i suoi lettori. Mai come prima d’ora però si era raccontata come nel nuovo memoir: «Sono ancora, in cuor mio, la riccioluta ballerina di tip-tap del 1945? La rock’n’roll in crinolina e scarpe basse del 1955? La zelante poetessa in erba e scrittrice di racconti del 1965? L’inquietante autrice affermata e agricoltrice part-time del 1975? Oppure la versione di me forse più nota: la cattiva dattilografa che inizia Il racconto dell’ancella a Berlino e lo conclude a Tuscaloosa, Alabama, per poi pubblicarlo, suscitando pareri contrastanti, nel 1985?».
E io, chi avrò di fronte oggi? Non vedo l’ora di scoprirlo.
«Ogni scrittore è almeno due creature: quella che vive e quella che scrive». Per Atwood come Jekyll e Hyde «i due hanno in comune la memoria e persino il guardaroba. E benché ogni parola scritta debba essere passata per le loro menti, o per la loro mente, si tratta di due esseri distinti». Nelle prime pagine del memoir ricorda il giorno in cui la convinsero a partecipare alla trasmissione del comico Rick Mercer nei panni di un portiere di hockey: in quel momento desiderò di avere una controfigura anche nella vita, poi realizzò che effettivamente l’aveva già, come qualsiasi scrittrice e scrittore. «Esisti tu, quella di tutti i giorni, e poi c’è l’altra che scrive. Non sono la stessa persona. Nel mio caso, però, ce ne sono più di due. Sono tante». Dove sono oggi tutte queste donne, le chiedo. Parla spesso con loro? Si diverte in loro compagnia? È arrabbiata con qual cuna? «Alcune di loro le ho incontrate molto tempo fa, altre non sono in giro da un po’». Atwood sorride. «In ogni caso, non devono per forza andare d’accordo. La persona che porta a spasso il cane non è la stessa che scrive il libro. E non puoi davvero mai in contrare la persona che sta scrivendo perché non sarai mai davvero lì con lei». Nel nuovo libro confessa che da quando ha rivisto il suo passato di scrittrice fa strani sogni. «Ho conversato con i morti: più che altro con i morti benevoli. Ho dissotterrato i miei primi scritti, fortunatamente inediti, e rileggendoli mi sono avvilita. Ho tentato di riafferrare il mio stato d’animo di quel tempo. Svolte sbagliate, crinoline, trame abbandonate, calze di nylon con la cucitura, canoe, amori perduti». In queste pagine torna indietro sino agli anni dell’infanzia, ricorda perfettamente le dinamiche con le compagne di scuola. Quella bambina già guardava il mondo come lo avrebbe poi guardato l’autrice acclamata in tutto il mondo. «Proprio qualche giorno fa una conoscente mi ha confessato i problemi di socializzazione di sua figlia. Si tratta di mean girls a scuola, ho suggerito. Era così. Quella attorno agli otto anni è l’età in cui si inizia a entrare in gruppi sociali più grandi oltre alla propria famiglia. È l’età in cui si inizia a prendere coscienza del potere. Si comincia a capire chi è il capo del gruppo».
Strani sogni, incubi premonitori: siamo qui, l’una di fronte all’altra, pronte ad addentrarci nel buio. Sono io ora a confessarle che quando non riesco a dormire passo la notte alla ricerca di abiti usati o prime edizioni di libri, e che le sue ragazze del primo racconto della raccolta Vera spazzatura sono rimaste con me a lungo dopo la lettura: an cora non mi abbandonano. Quelle cameriere che «si crogiolano al sole come un branco di foche spellate» sono le protagoniste di una storia sui corpi e sulla costruzione della pro pria identità, su ciò che scegliamo di essere e ciò che mostriamo agli altri; le maschere che indossiamo, i segni dell’infanzia che già raccontano chi saremo da adulti. Le chiedo allora chi fossero davvero quelle ragazze. Margaret Atwood ora sorride di gusto. «Sono cameriere canadesi. E io sono una di loro». È un sogghigno benevolo, quello di chi sa di avere in serbo qualcosa. «Aspetta. Ti devo fare vedere una cosa».
Atwood a questo punto si alza, abbandona me e la sua postazione alla scrivania. Inizia a fluttuare per lo studio. Sembra quasi imprecare, allarga le braccia, fruga tra le carte di un altro scrittorio più piccolo. Poi scompare dietro una porticina laterale. Resto sola davanti alla telecamera; sola nella sua tana, mentre la neve scende su Toronto. All’improvviso un’altra porticina che non avevo notato si spalanca: lei riappare all’improvviso, come se fuoriuscisse da un cunicolo comunicante di un covo segreto. Margaret ora è sulla soglia. Margaret Atwood, la signora delle soglie. Accanto a lei, in un dipinto dai colori tenui, due uccelli si librano nell’aria in un cielo azzurro.
«Recentemente a un evento un signore dal pubblico mi ha avvicinato consegnandomi questa foto. Mi ha detto di essere il figlio di una delle cameriere ritratte in questo scatto. Le vedi?», mi dice avvicinando la foto in bianco e nero alla telecamera. «Eccole le cameriere canadesi, e io sono lì in mezzo a loro. Sono quella al centro, con quel tipo di palla in mano. Stavamo giocando a water polo. Era il 1957, molto tempo fa. Tu non eri ancora nata. Anzi, non eri ancora nata per niente!». Ora il sogghigno benevolo sul viso si espande. Come non darle torto. Ma il sentirle così vicine, ribatto, dimostra quanto queste ragazze, come tanti suoi personaggi, e non solo le ancelle, siano senza tempo. «È così vero. Ed è ciò di cui è fatta la letteratura. Avverti come una voce che ha quattrocento anni ma la leggi adesso: questa voce è con te ora anche se la persona che ha scritto quelle parole è morta quattrocento anni fa. Scrivere è una forma di viaggio nel tempo e nello spazio. Puoi essere ovunque, su un altro pianeta, dall’altra parte del mondo, nel futuro e nel passato: di questo sono fatti i libri. È un tipo d’arte a sé. Prendiamo ad esempio l’opera: sei nello stesso spazio e nella stessa stanza di chi canta. Con la scrittura non sei nello stesso luogo né nello stesso tempo di chi scrive, ma la sua voce è lì con te. La voce viaggia nel tempo e nello spazio, ma non il corpo. Non siamo nel mondo degli zombi dove i corpi morti si alzano e si uniscono a noi. Ma non è detto che in effetti sia così: è una speranza. We hope». In effetti questi morti spesso ancora ci perseguitano, la incalzo.
«Sono d’accordo, ci perseguitano ma non sono più qui con noi. Ci danno ancora la caccia perché pensiamo a loro, perché facciamo sì che restino nei nostri pensieri».
Continuiamo ad addentrarci nel buio. Le racconto che nelle mie notti insonni ho trovato anche un’altra prima edizione, sono le sue poesie della raccolta You Are Happy del 1974. Le leggo ad alta voce Chaos Poem: «Ripeto ancora una volta gli slogan raffinati e terribili secondo cui viviamo (non importa quanto coraggioso, il fallimento è falli mento)». Lei mi scruta attraverso la telecamera, ecco tornare il sogghigno. «Oh, queste parole appartengono a un tempo così lontano! È meglio che vada a cercare il libro». Atwood a questo punto abbandona di nuovo la sua scrivania. Il libro compare subito fra i tanti volumi della sua libreria. Tor nata in postazione inforca un paio di occhiali verdi e viola. Ognuna con la propria copia tra le mani andiamo insieme alla tredicesima pagina, rileggiamo assieme The Chaos Poem. Sembrano parole lontane. Sembrano. Quella voce che scrive, profetessa e cantrice di un’eco dal futuro, conferma la mia convinzione secondo cui, soprattutto nella lotta per i diritti delle donne, gli slogan siano tornati, spesso ritorti, come fantasmi del passato. E che quel senso di fallimento ci accompagni inevitabilmente. «Gli slogan cambiano ma diventano password», continua lei. «Diventano formule considerate di volta in volta accettabili o inaccettabili a seconda del tempo. Ogni epoca lo fa in un modo o in un altro. Prima dell’avvento della televisione tutto era scritto. Poi l’aspetto visuale ha preso il sopravvento, fino ai giorni nostri con Instagram e Tik Tok. Tutti i cambiamenti avvenuti tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta sono tornati indietro con l’avvento degli Ottanta. È in quel momento che i movimenti religiosi evangelici negli Stati Uniti hanno iniziato a interessarsi al potere politico. Ed è in quel momento che iniziai a scrivere Il racconto dell’ancella. Sfortunata mente oggi è un poco troppo accurato». Questo fallimento dimostra anche il rifiuto da lei teorizzato del progresso inevitabile: la storia si muove a ritmo ciclico e non secondo una linea retta. Concordo con lei an che su quanto sia fuorviante pensare che ci sia sempre stata, e ci sia tuttora, una sola parte giusta della Storia. «Pensa a uno dei tarocchi Visconti, quello che mostra una ruota manovrata dalla dea fortuna, che è cieca. A lei nulla importa, gira solamente la sua ruota. In cima alla ruota c’è un uomo con una corona che dice in latino “Io go verno”, mentre dalla parte opposta un altro uomo dice “Io governerò”. Un altro ancora, caduto dalla ruota, dice “io ho governato”. In fondo alla carta c’è un altro che tiene la ruota sulla schiena e dice: “Io non governerò mai”. Ecco la ruota della fortuna. Le persone cercano di salire provando a raggiungere le posizioni di potere, ma quando un regime cambia gli stessi cadono inevitabilmente. Ma cosa ne è degli altri, di chi non è nelle posizioni di potere? Le loro condizioni cambiano mai davvero? A volte migliorano, ma di poco. E qui ritornano gli slogan, anche se alla fine è sempre una questione economica. Anche i diritti delle donne in questo senso sono una sottocategoria dei diritti umani. Le donne, infatti, sono umani. Che idea radicale, eh?».
Ora il buio in cui ci stiamo addentrando si fa ancora più tetro. Penso agli Stati Uniti, dove gli slogan sembrano tornare come spettri dal passato ma anche le apparenti conquiste appaiono come terribili inganni. L’Amministrazione Trump per esempio ha conferito molti ruoli di rilevanza a donne oggi in posizioni di potere. Le chiedo se appaia anche a lei come un grande imbroglio.
«Certamente. Non sono certo lì per il bene delle donne. Fanno quello che l’Amministra zione vuole. Quello non è nuovo potere femminile, è solo un gruppo che supporta un’agenda politica che non favorisce le donne, specialmente quelle povere. Pensa al Racconto dell’ancella e al tipo di supporto che le ancelle ricevono. Viene loro fornito cibo nutriente, una bella casa e un tetto sotto il quale vivere; non devono neanche pensare ad acquistare vestiti, ricevono anche cure mediche specialistiche. Le donne povere non ricevono nessuna di queste cose negli Stati Uniti di oggi. Ma sono costrette a rimanere incinte comunque. Se rimani incinta devi fare i conti con uno stato che ti dice che non ti aiuterà. E qualsiasi loro pretesa nel dire di amare i bambini è solamente una bugia. Se si dice di tenere davvero all’infanzia si deve supportare la maternità nella sua interezza, prima e dopo il parto, aiutando i bambini una volta nati. Ma soprattutto bi sogna supportare le madri. Oggi in America non si fa nulla di tutto ciò». Verrebbe da dire che da un certo punto di vista le cose siano migliori a Gilead, la incalzo con amara ironia. «Oh sì, in un certo senso sì. Sarebbe meglio trovarsi a Gilead che essere una per sona povera nell’America di oggi. È uno dei motivi per cui nella Storia i totalitarismi raggiungono e ottengono il potere. Offrono delle migliori condizioni alle persone. Pongono la condizione di scelta tra qualcosa di terribile e qualcosa di un poco migliore. Ti dicono: tra le due, quale sceglieresti?».
Le nostre stanze mentre parliamo sprigionano luce, ma là fuori tutto appare ancora più sinistro. A proposito di parti giuste della Storia e di lati oscuri, nomino la Groenlandia. Qui il riso amaro di Atwood rivela la profetessa. Da una parte il neoimperialismo statunitense ne minaccia l’invasione, dal l’altra la Danimarca diventa un nuovo simbolo di resistenza la cui indipendenza viene vista anche dall’Europa come uno degli ultimi baluardi d’oltreoceano di difesa della democrazia. In realtà gli stessi danesi negli anni Sessanta inflissero alla popolazione nativa una violenza inaudita: squadre di me dici ingannarono le ragazze Inuit con finte visite ginecologiche sottoponendole a una campagna di sterilizzazione impiantando nei loro corpi spirali contraccettive a loro insaputa. «Conosco bene questa storia: è qualcosa che gli Stati Uniti hanno già fatto, così come il Canada. È stata coercizione senza alcun consenso, soprattutto senza al cuna consapevolezza della popolazione violata. Ma non solo: si tratta anche di sottrazione di bambini a una popolazione non ritenuta idonea». Sono storie rimaste clandestine per oltre cinquant’anni. «Neanche le ragazze, oggi donne, che hanno subito queste violenze erano a conoscenza di ciò che fu fatto sui loro corpi. Ma non è la prima volta che succede nella Storia». Pulizia etnica, sottrazione di bambini, corpi violati. È impossibile non pensare agli Stati Uniti di oggi.
«Lì la situazione è seria. Molto seria. Ma ricordiamoci anche che molte nazioni nel mondo, parlando di diritti delle donne, non hanno mai ottenuto non solo le conquiste dei movimenti degli anni Settanta ma ne anche i diritti umani minimi e fondamentali. Penso all’Afghanistan». Anche l’Iran, le dico.
«Esatto. L’Iran sta vivendo una situazione sorprendente e orrenda allo stesso tempo. E ciò è rivoluzionario. È un movimento che coinvolge donne e uomini insieme. Non è una cosa femminista. It’s an everybody thing».
«Io scrivo nel tempo, e quando scrivo il tempo si muove attraverso di me». Abbiamo attraversato il buio assieme, da un capo al l’altro del mondo, collegate dalle nostre tane. Ora una fessura di luce si apre su di noi. Le confesso che tra le mie ossessioni c’è la Fu ture Library, il progetto d’arte pubblica del l’artista Katie Paterson grazie a cui cento autori hanno scritto, scrivono e scriveranno un manoscritto inedito ciascuno che verrà stampato nel 2114 utilizzando i mille alberi piantati nella foresta di Nordmarka a Oslo. Il manoscritto di Atwood ora è conservato nella “Stanza del Silenzio” della Biblioteca Deichman della capitale norvegese. Ammicco in cerca di un varco, lei capisce al l’istante.
«Non posso raccontarti nulla, né posso par lare del processo di scrittura di questo manoscritto. Però una cosa posso dirtela. Questo progetto sembra esaltante perché apparentemente mette gli autori nella con dizione di consegnare un testo al futuro senza sapere chi mai lo leggerà. In realtà funziona sempre così. Non sai e non saprai mai chi leggerà le tue parole in ogni caso, anche quelle che scrivi e pubblichi ora. Scrivere un libro è come mettere un messaggio in una bottiglia. Là dentro ci sono le tue parole, che forse arriveranno su una spiaggia. Forse qualcuno troverà la bottiglia e la aprirà: prenderà tra le mani il tuo messaggio, cercherà di leggerlo ma non ci riuscirà perché è scritto in una lingua diversa dalla sua. Poi magari arriverà qualcun altro, prenderà quella bottiglia, la aprirà, estrarrà il messaggio e lo leggerà: non gli piacerà. Forse arriverà una terza persona, ripeterà le stesse azioni e dopo aver letto le tue parole penserà: questo messaggio è per me, sta parlando proprio a me. Ecco cosa significa scrivere».



